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Secondo gli psicologi, chi è cresciuto negli anni 80 e 90 ha sviluppato il “pregiudizio dell’arrivo” per essere stato abituato a storie con finali sempre felici

By Julia Glawi , on 16 Febbraio 2026 à 08:20 - 3 minutes to read
Secondo gli psicologi, chi è cresciuto negli anni 80 e 90 ha sviluppato il "pregiudizio dell’arrivo" per essere stato abituato a storie con finali sempre felici

Chi è cresciuto negli anni 80 e 90 ha vissuto un mondo fatto di storie con finali sempre felici. Ma secondo gli psicologi, questa abitudine ha lasciato un segno profondo nella nostra mente. Si chiama “pregiudizio dell’arrivo” e influenza il modo in cui affrontiamo la vita reale.

Cos’è il “pregiudizio dell’arrivo” e perché è nato

Il “pregiudizio dell’arrivo” è una tendenza a pensare che tutto finirà bene, proprio come nei film o nelle favole che abbiamo visto da bambini. Negli anni 80 e 90, la cultura popolare era piena di storie con finali lieti. Questo ha creato un’aspettativa quasi automatica: la vita deve concludersi con un happy end.

Ma la realtà è spesso diversa. Gli psicologi spiegano che questa aspettativa può portare a delusioni quando le cose non vanno come previsto. È come se fossimo stati abituati a un copione che non sempre si rispetta nella vita vera.

Come questo pregiudizio influenza le nostre scelte

Chi ha questo pregiudizio tende a sottovalutare i rischi o a ignorare i segnali negativi. Si aspetta che tutto si risolva per il meglio, anche quando le situazioni sembrano complicate. Questo può portare a decisioni poco realistiche o a una certa ingenuità.

Per esempio, in amore o nel lavoro, si può sperare troppo in un finale perfetto. Quando invece la vita presenta ostacoli, la frustrazione cresce. Non è raro sentirsi traditi da questa aspettativa troppo ottimista.

Perché le storie con finali felici hanno un impatto così forte

Le storie con finali felici sono rassicuranti. Offrono un senso di sicurezza e speranza. Negli anni 80 e 90, la televisione e il cinema hanno costruito un’immagine del mondo dove il bene trionfa sempre. Questo ha formato una generazione che cerca inconsciamente quella stessa conclusione nella vita reale.

Inoltre, queste storie spesso semplificano i problemi. Non mostrano le sfumature o le difficoltà reali. Così, chi è cresciuto con queste narrazioni può avere difficoltà a gestire la complessità delle emozioni e delle situazioni.

Come convivere con il “pregiudizio dell’arrivo”

Non è facile liberarsi da questa mentalità. Però, riconoscerla è il primo passo. Capire che la vita non sempre offre un finale perfetto aiuta a prepararsi meglio. Si può imparare a godersi il viaggio, anche senza sapere come finirà.

Gli psicologi suggeriscono di coltivare una visione più realistica e flessibile. Accettare che le difficoltà fanno parte del percorso e che non sempre si arriva dove si spera. Questo non significa perdere la speranza, ma viverla con più consapevolezza.

Un invito a riscoprire la bellezza dell’imperfezione

Forse è proprio l’imperfezione che rende la vita interessante. Non sempre serve un finale da favola per sentirsi soddisfatti. A volte, le storie più vere sono quelle che lasciano spazio all’incertezza e al cambiamento.

Chi è cresciuto negli anni 80 e 90 può imparare a vedere il valore anche nei finali aperti o nelle strade tortuose. Perché la vera crescita sta nel saper affrontare tutto, non solo nel desiderare un lieto fine.

A 38 anni, sono una geek dichiarata e appassionata. Il mio universo ruota attorno ai fumetti, alle ultime serie TV di culto e a tutto ciò che fa battere forte il cuore della cultura pop. Su questo blog vi apro le porte del mio piccolo ‘regno’ per condividere con voi i miei highlight personali, le mie analisi e la mia vita da collezionista

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